Solfiti

Il vino è l’unico prodotto alimentare che per legge non deve riportare in etichetta gli ingredienti di cui è fatto. Questo permette a chi lo produce di “truccarlo”, senza doverlo dichiarare al consumatore, basta che rientri nei parametri stabiliti. Quasi tutti i vini che sono in commercio sono corretti in modo da apparire più buoni di quello che sarebbero se fossero fatti di sola uva fermentata.

Per fortuna ci sono degli agricoltori che rifiutano questi metodi e, attraverso un serio lavoro in vigna senza l’aiuto della chimica, ottengono uve sane per trasformarle in vino senza altre aggiunte se non, a volte, piccole dosi di solfiti.

Cosa sono i solfiti?
L’anidride solforosa (o biossido di zolfo – SO2) è un gas incolore, dall’odore pungente. Nonostante la sua elevata tossicità viene usata come additivo, insieme ai suoi derivati, in tutti campi alimentari compresa l’enologia. Il vino produce naturalmente da sè una minima quantità di anidride solforosa in fase di fermentazione.

A cosa servono i solfiti?
Nel vino i solfiti limitano lo sviluppo di batteri e lieviti, bloccano eventuali fermentazioni, hanno funzione antiossidante e favoriscono l'estrazione del colore e del sapore dalle vinacce.

In che quantità si possono aggiungere?
In Italia il limite di legge è di 160 mg/l per i rossi, 220 mg/l per i bianchi e i rosati e 400 mg/l per i vini dolci. Il disciplinare biologico, invece, prevede le soglie di 60 mg/l per i vini rossi, 80 per i bianchi, 120 per i vini dolci. Per legge, se la quantità totale di anidride solforosa supera i 10 mg/l, va indicato in etichetta con la dicitura “contiene solfiti”.

Per qualche “inspiegabile” motivo la legge non obbliga a specificare la quantità di solfiti presenti nel vino, facendo così sembrare uguali vini con dosi decisamente diverse e perciò con effetti nettamente diversi sulla salute.

 

 

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